Nba, Qui Si Fa La Storia: [email protected] Game 3

Con la serie sull’1-1, nella notte tra martedì e mercoledì, si è giocato il terzo episodio della finale Nba. Le squadre sono volate da San Antonio verso la Florida, per disputare all’American Airlines Arena di Miami, una gara 3 di importanza fondamentale. Nella storia del basket d’oltreoceano, in oltre il 70% dei casi in cui la serie si trovava appaiata sull’1-1 dopo i primi due incontri, la vincitrice della terza partita è poi riuscita ad aggiudicarsi il passaggio del turno che in questo caso significherebbe titolo.

Ma andiamo a vedere cosa è successo sul parquet.

Le prime novità sono arrivate dai quintetti titolari; se coach Spoelstra ha deciso di confermare i cinque starters abituali, Gregg Popovich ha inserito nei partenti Boris Diaw al posto di un Thiago Splitter che ormai, bisogna presumere, riuscirà a giocare minuti esclusivamente in contumacia Duncan. L’idea del coach di San Antonio con questa mossa, è molto chiara: aprire il campo con un lungo più perimetrale per creare maggiori  spazi in area da attaccare con tagli, penetrazioni e qualche ricezione in post basso.

La decisione si è da subito rivelata vincente e a beneficiarne nei primi minuti, sono stati soprattutto Green e Leonard che hanno terminato il primo quarto rispettivamente con 6 e 16 punti, un enormità. Più in generale, però, è stato il primo quarto di San Antonio ad assumere delle proporzioni storiche di dominio, se consideriamo che gli Spurs hanno chiuso la prima frazione di gara con 41 punti segnati. Per darvi un’idea della straordinarietà di quanto successo, basti pensare che se gli Spurs avessero tenuto il ritmo avuto nel primo quarto (fatto più che impossibile) per tutta la partita, avrebbero scollinato quota 160 laddove le partite ad alto punteggio superano a fatica i 120 punti. Semplicemente incredibile. Dall’altra parte della barricata i Miami Heat hanno pagato un’inizio pigro e svogliato (soprattutto difensivamente) regalando molti palloni alla difesa texana, e contribuendo ad alimentare il contropiede di San Antonio, che gli ha garantito canestri facili. Come successo nel secondo tempo di gara 2, Lebron si è letteralmente caricato la squadra sulle spalle, e se dopo i primi dodici minuti la partita non era già finita, è stato solo merito suo e dei suoi 14 punti. Al termine del primo spezzone di gara, il tabellino recitava 41-25 in favore della squadra texana.

Il secondo quarto si è aperto sull’onda lunga del primo, con gli Spurs più che mai intenzionati a mantenere i ritmi infernali avuti all’inizio per provare ad ammazzare definitivamente la partita, in modo da provare a preservare qualche minuto di gioco ai giocatori più anziani ed acciaccati. Di fronte, però si sono ritrovati una Miami che, nonostante un altro quarto di evidente pochezza difensiva è riuscita a rimanere affannosamente aggrappata alla partita, grazie al fuoco pesante dei suoi tiratori Rashard Lewis e Ray Allen (12 punti frutto di quattro triple complessive per loro). L’incredibile primo quarto al tiro di LBJ ha costretto San Antonio a utilizzare raddoppi o pre-rotazioni nei suoi confronti accorciando la coperta difensiva da altre parti; il re è riuscito a leggere eccellentemente le attenzioni che gli venivano riservate e a trovare puntualmente il compagno libero, come confermato dai 4 assist smazzati in questo secondo quarto. La prima metà i gara si è chiusa dunque sul 71-50 in favore degli Spurs.

Per provare a descrivere quanto increbile sia stato questo primo tempo, ecco alcuni dati:

– San Antonio ha avuto un offensive rating (media di punti su 100 possessi) di 154,3. Significa che se avessero giocato 100 possessi tenendo quelle medie avrebbero segnato 154 punti che è un dato oltre l’inimmaginabile se consideriamo come la media Nba si aggiri intorno ai 100.

– San Antonio ha avuto il miglior primo tempo della storia, come percentuale dal campo, in una finale convertendo il 76% dei propri tiri. La media Nba è inferiore al 50%.

– Gli Spurs hanno sbagliato solo 8 tiri dal campo nella prima metà di gara. Da quando Tim Duncan è entrato a far parte della franchigia (1997), il minor numero di errori era stato 11. Fino a ieri sera.

Poste queste premesse, per gli Heat è stato quasi un affare essere “solo” a distanza di 21 punti, e se sono rimasti a contatto non possono che ringraziare quel semi-dio che veste la maglia numero 6.

Dopo la pausa lunga, Miami è tornata in campo con un diverso furore negli occhi e, girate un paio di viti difensive, hanno provato a iniziare una rimonta quasi impossibile. Il lungo intervallo ha inevitabilmente raffreddato le mani dei texani che hanno sbagliati alcuni tiri aperti che nel primo tempo avrebbero messo bendati, e più in generale l’attacco di San Antonio ha perso totalmente di ritmo. La difesa degli Heat è salita di colpi, iniziando a mettere qualche granello di sabbia nella macchina offensiva avversaria che ha generato palle perse e di conseguenza punti in transizione. Trascinati da un Wade finalmente iscritto alla partita (11 punti nel suo terzo quarto) Miami comincia a rosicchiare il vantaggio, e con un minuto e mezzo sul cronometro del terzo quarto si sono trovati, in piena partita, sul -7. A mettere fine all’emorragia ci ha pensato il nostro Marco Belinelli, che con un triplone dalla punta ha riportato i suoi avanti di dieci lunghezze. Nonostante lo shining moment, la partita di Marco non è stata totalmente positiva.: solo sei minuti in campo, un paio di errori non forzati e qualche difesa traballante lo hanno subito riportato in panchina. L’impressione, da qui in avanti, è che a meno di grossi problemi di falli degli altri esterni (vedi Leonard, Green, Ginobili) sarà difficile per Marco ritagliarsi più di dieci minuti a gara e dovrà essere in grado di essere decisivo nel poco tempo che coach Popovich gli riserverà. Il terzo quarto si chiude sull’86-75 in favore di San Antonio.

Il quarto e decisivo quarto si è mantuenuto sui binari dell’equilibrio per i primi minuti con una distanza tra le squadre intorno ai dieci punti. Con sette minuti abbondanti sul cronometro, una sequenza canestro-rubata-canestro tutta firmata Kawhi Leonard ha incanalato la partita sulla strada per San Antonio, tagliando le gambe al tentativo di rimonta di Miami. I restanti mnuti, nonostante vedano un ammirevole tentativo Heat di rientrare in partita , sono una pura formalità e gli Spurs si aggiudicano la contesa per 111-92 dopo un paio di minuti finali di purissimo garbage time.

La palla ora passa agli Heat, che se vogliono tenere vive le speranze di titolo, non possono permettersi di perdersi l’imminente gara 4. Stay Tuned!

Alessandro Bosi

Alessandro Bosi

Alessandro Bosi nasce a Modena nel 1993. Appassionato di sport, cinema e pessima musica scrive di calcio e basket Nba perché ancora glielo permettono. Vive a Modena ma con il fuso orario di New York. Nel tempo libero studia ingegneria

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