Modena Fc - Il tifoso Goffredo Petazzoni e il suo splendido post sul Braglia perduto...

Dopo una vita, una vita vissuta tra il calore dei suoi tifosi, la devastante gestione Caliendo ha per la prima volta fatto si che il Braglia non sia più la casa del Modena Fc. Il post di Goffredo Petazzoni, grande tifoso dei gialli dagli anni 70, è un concentrato di emozioni e ricordi. Eccolo:                

Da oggi lo stadio Braglia non è più la casa del Modena Football Club.
Sfrattato…
Umiliato, deriso e offeso da loschi figuri che amano farsi chiamare manager.
Svuotato di ogni risorsa e infine in ginocchio piangiamo una storica società allo sbando.
Ho trascorso tutto il giorno a cercare nei miei ricordi tutti i momenti indelebili della mia vita trascorsi tra quei gradoni.
Il Braglia di allora era vecchio… sapeva di muffa e di cemento antico.
Le ringhiere erano arrugginite e milioni di mani le avevano toccate.
Da piccolo (1974) con il nonno era una meta fissa il Braglia a tal punto che rimanevo spaesato la domenica quando il Modena giocava in trasferta.
Il Braglia era un vortice di emozioni e novità per me, dove capitava sempre qualcosa di nuovo, spesso una rissa con spintoni e schiaffi tra i vecchietti in tribuna.
Il bar sotto la tribuna era un bugigattolo con dentro un barista con mani da camionista che serviva il caffè solo porgendo la tazzina mentre il piattino era sempre quello…. incollato sul bancone e sporchissimo.
Le patatine che il nonno mi comprava erano vecchie, cattivissime durante l’attesa, buonissime mentre si giocava.
Era tutto grigio il Braglia… spento e persino malinconico, ma poi salivi su in cima, guardavi al centro e vedevi un tappeto verde perfetto, con le margherite in primavera e i rotoloni di plastica per la neve d’inverno.
Mi piace ricordare quando dalla curva sud (quella degli spogliatoi) si potevano vedere i giocatori delle squadre avversarie nel cortile per il riscaldamento.
Quell’uomo in cima alla gradinata vestito di giallo e blu che ad ogni goal del Modena soffiava dentro la sua tromba con tutto il fiato che aveva.
Il profumo del “Caffè Borghetti” negli inverni di nebbie e neve.
Le brustoline che non finivano mai di essere mangiate.
Mi piace ricordare quando il portiere del Modena anni ’70, il toscano Ugo Tani, mi vide davanti agli spogliatoi dopo un’avvincente vittoria contro il Taranto e disse “oh che tu fai qui”, e mi accompagnò a casa con il suo maggiolone nero cabrio targato Livorno (abitava di fronte casa mia).
Guardare le partite vicino ai vecchietti che facevano ridere, come un certo “Creato” (così lo chiamavano) che imprecava contro l’arbitro, ma con tono pacato come se l’arbitro fosse stato li vicino al suo fianco.
Lo speaker aveva una voce imponente, decisa, dura, che non lasciava spazio a fraintendimenti.
A suo agio con l’italiano, in perenne difficoltà e impacciato se capitava una parola straniera.
Lui la pubblicità te la raccontava in modo tale che provavi quasi timore.
Sembrava che tu fossi obbligato ad andare a comprare in quel posto lì!
Le sostituzioni te le diceva mezz’ora dopo che esse erano state fatte… non c’era fretta e a volte nominava il giocatore sostituito per quello che era entrato e viceversa, ma non aveva importanza.
Che emozione provai anni dopo, quando uno dei capi della curva mi rivolse un saluto.
Mi sentii subito grande.
Cresciuto, sarebbero tutti diventati grandi amici.
Abbassarsi davanti al botteghino per diventare ancora più piccolo per poi avere un biglietto ridotto.
Lo sguardo di mio nonno felice e nello stesso tempo triste per quel goal di Bellinazzi alla Carrarese… (era nato a Carrara ma tifava il Modena).
Inseguire il pullman dei giocatori con la bicicletta pedalando a più non posso per salutarli sia nella vittoria sia nella sconfitta.
La maglia numero 11 che mi regalò Fabio Poli, che come fosse stato il bene più prezioso al mondo, sfoggiai con orgoglio al mare d’estate per poi sentirmi dire dalle ragazzine “maaaa…giochi nel Modena??”, “si” dicevo, “eeeeee come ti chiami??”….”Fabio Poli” rispondevo orgoglioso.
Era il Braglia che ospitava le vere bandiere.
Cancellato della Spal
De Falco della Triestina
Cavestro del Padova
Noi avevamo Sauro Frutti… e zitti tutti.
Chissà cosa diranno oggi coloro che hanno sudato maglie di ogni colore dentro quel campo.
Chissà da lassù cosa penserà Paolino Ponzo.
Era il Modena…. era il Braglia, la casa dei modenesi che facevano odore di futbal e di pacchetti di sigarette fumate in un unico tiro, era il mio primo vero senso di appartenenza, che non mi ha mai abbandonato, nemmeno per un minuto. Mai.
Niente paura vecchio cuore gialloblù: dalle ceneri si rinasce sempre e sono i ricordi che ti terranno in vita per non dimenticarti mai.

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