In un periodo in cui il giornalismo sportivo è a tratti sempre più vacuo (addirittura ammiccante al gossip), prendersi una pausa è quanto mai lecito. Abbiamo avuto la possibilità di rivolgere qualche domanda all’allenatore di Modena Volley, il Sig. Angelo Lorenzetti. Già, il Signor Lorenzetti, per una volta non “soltanto” coach. Perché siamo voluti andare oltre a ciò che strettamente attiene l’attualità e la sua professione. Siamo andati alla scoperta dell’uomo prima di tutto, e di ciò che sportivamente e umanamente lo alimentano. E alla fine abbiamo scoperto che, sì, Lorenzetti è un vero signore.
Diverse opere sportive, la più famosa probabilmente è il libro del coach di basket Phil Jackson, si intitolano semplicemente “Più di un gioco”, frase con cui si inizia a descrivere ciò che sta dietro alla superficie dello sport. Se anche il volley è più di un gioco, che cosa rappresenta per lei?
Sinceramente, del bel libro di Jackson, l’unica cosa che non mi piace é proprio il titolo. Il gioco é una cosa seria! Mia figlia di 8 anni quando gioca é molto, ma molto seria. Un mio collega, proprio ieri in un’intervista, analizzando un momento decisivo della stagione della sua squadra ha detto: “Con le dimissioni di quest’anno mi sono giocato il jolly della mia carriera”. Tutte le affascinanti storie descritte nel libro nascono dal gioco! Il “fine corsa” di una palla tirata, calciata o schiacciata genera reazioni, emozioni, destini diametralmente opposti. Nel gioco ci sta l’uomo ed è per questo che é tremendamente serio. Nel gioco, con il gioco e per il gioco della pallavolo sono diventato adolescente, ragazzo, uomo!
Gian Paolo Montali disse “Chi calcola molto vince, nulla è fatto per caso”. Il diploma in ragioneria l’ha in qualche modo aiutata ad approcciarsi a uno sport con una evidente componente analitica e statistica?
E’ proprio perché, già da ragazzo, mi sentivo allenatore che sono diventato ragioniere. Ovviamente é una battuta. Direi comunque che nel concetto espresso da Montali c’è di più (questa volta si!) del mero riferimento ai numeri. Nel nostro lavoro c’è la necessità di essere in continua evoluzione nel programmare, sintetizzare, prevedere, decidere e analizzare. Tutto ciò senza soffocare mai l’istinto e la fantasia, a loro volta due sfumature particolari di “calcolo”. Tornando al gioco, a mio modo di vedere “calcolare-molto” non significa sapere esattamente cosa accadrà, altrimenti che gioco é! Significa essere preparati al meglio nel riconoscere cosa sta accadendo per essere pronti e reattivi a rispondere al meglio a quella specifica situazione. Ogni situazione anche se simile è sempre diversa e specifica. Questo é quello che dico sempre ai miei giocatori!
Ha mai trovato ispirazione per trasmettere un insegnamento ai suoi giocatori o a motivarli per una partita in un’opera artistica (libro, film, musica ecc.)?
Giuseppe Severgnini nel suo ultimo libro cita Pavese: “Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma”. Mi sembra uno spunto ottimo per rispondere affermativamente alla tua domanda. Di “sceneggiate” o anche di “mattate” ispirate da libri, film e canzoni, ne ho fatte tante, ma non le racconto. Rimangono archiviate (o almeno spero!) e custodite in ogni singolo spogliatoio in cui si sono sviluppate.
Qualche anno fa un celebre discorso del suo collega Julio Velasco, ribattezzato poi “La cultura dell’alibi”, evidenziava una componente vittimistica tra i giocatori di volley italiani (non tutti chiaramente). Oggi ritiene che la situazione sia migliorata o rimasta invariata?
Colpito! Quando mi si chiede di Velasco rischio di non essere molto equilibrato. Infatti, è grazie a lui se vivo di pallavolo! La “battaglia all’alibi” che Velasco ha portato avanti nel nostro mondo non era riferita solo ai giocatori e ha influenzato, secondo me positivamente, tutto il movimento.
Mi piace sottolineare che non lo fece solo a ”chiacchiere” ma anche e soprattutto con i fatti. Lui e il suo fantastico gruppo furono per noi esempio “vivente” di come il “cercare scuse” fosse un atteggiamento limitante e improduttivo. Ciò che fecero portò la pallavolo ad essere un modello da imitare. Mi chiedi a che punto siamo e risponderti non è semplice.
La pallavolo, così come tanti altri sport, vive una contingenza non facile. Ciò rende ancora più attuali gli insegnamenti di Velasco al fine di essere perseveranti e creativi nel misurarsi con le difficoltà del momento. Speriamo di aver studiato bene.
“Ammiro la pallavolo perché è lo sport che fa più squadra degli altri, andrebbe valorizzato di più”, parola dell’allora presidente del Coni Gianni Petrucci. Il volley può ancora essere maggiormente valorizzato? Se sì, in quale modo?
Che queste parole appartengano ad un “baskettaro” come il Presidente Petrucci fa piacere e fanno gonfiare il petto ad un pallavolista!
Sul fatto che “facciamo squadra” possiamo dire che alcune peculiarità del nostro sport ci “costringono” a farlo. Lo insegna bene il CT della nostra Nazionale Mauro Berruto. Il regolamento ci “costringe” a passare la palla. I pallavolisti, atleti alti e grossi, sono “costretti” a stare “vicini-vicini” perché il campo non é così poi tanto grande!. Anche se saltiamo e sudiamo tanto, durante le partite i momenti in cui la palla é ferma sono tantissimi e questo ci “costringe” ad essere buoni comunicatori. In poche parole il volley é uno sport che “costringe” all’empatia!
Dare maggior valore al nostro sport? Si entra veramente in un tema annoso e…minato! Annoso perché, nel corso degli anni, le occasioni sprecate per”farci notare” sono state molte. Minato perché se é vero che negli 81 m2 del campo di pallavolo siamo “empatici” al di fuori di esso rimaniamo un po’ “permalosetti”. Soprattutto se a parlare di queste cose é un allenatore!! Perciò posso avvalermi della facoltà di non rispondere?
foto pallavolomodena


















































































































