NBA, Conference Finals, previsioni

di Alessandro Bosi

Più di un mese è ormai trascorso dall’inizio dei Playoff e ci siamo lasciati alle spalle anche il secondo turno. Se ci seguite da un po’, saprete come questa post-season si sta rivelando una delle più agguerrite ed equilibrate di sempre, ma per uno strano scherzo del destino, le quattro squadre rimaste sono quelle che dopo la regular season avevano ottenuto i quattro migliori piazzamenti.

Gli dei del basket, si sa, sono volubili e bizzosi e dopo tutte le tempeste di emozioni e finali inaspettati che ci hanno regalato, hanno saggiamente deciso di lasciare tutto com’era scritto, e farci godere di quelle che, molto probabilmente, sono le quattro squadre migliori del panorama Nba. Come abbiamo fatto per il turno precedente, ( https://www.parlandodisport.it/2014/05/06/nba-conference-semifinals-previsioni/) ci apprestiamo ad analizzare le due serie rimaste, a sviscerarne i contenuti tecnico-tattici e a provare ad individuare le chiavi che potrebbero far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

Come ogni sportivo riconoscerà, i pronostici sono una vicenda veramente aleatoria ( e se li faccio io questo vale ancora di più) ma arrivati a questo punto non ci si può più tirare indietro.

 

 

EST

 

INDIANA PACERS (1) – MIAMI HEAT (2)

 

La serie che tutti si aspettavano a questo punto della stagione si è finalmente presentata, e ad Est del Mississipi non poteva davvero essere altrimenti. Miami e Indiana, nonostante alti e bassi più o meno notevoli, si sono dimostrate le uniche due squadre, in una debolissima Eastern Conference, in grado di emergere nettamente al di sopra degli altri e di lottare per il traguardo più importante. Questa sfida è la ri-edizione della ECF (Eastern Conference Finals) dell’anno passato, e se prendiamo quella serie come riferimento, non possiamo che attendere uno spettacolo incredibile.

Se provassimo a immaginarci le due squadre più antitetiche che ci possono venire in mente, probabilmente staremmo pensando a Miami e Indiana; giocano uno stile di basket diametralmente opposto, le qualità di una squadra coincidono perfettamente con i punti deboli dell’altra e mettiamoci dentro anche il fatto che i giocatori non si vogliano proprio bene.

La miglior definizione del bakset giocato dai Pacers l’ha data il loro stesso coach, Frank Vogel, in un’intervista rilasciata l’anno scorso: Old School, smashmouth basketball (letteralmente, un basket vecchia scuola e spacca faccia). Già da queste parole si intuisce come Indiana sia una squadra che non fa prigionieri, basata su una fortissima identità difensiva e che prova a vincere le partite facendo segnare un punto in meno agli avversari. Ancora difensiva del sistema Pacers è certamente Roy Hibbert, centrone di 2,17 metri, che letteralmente spaventa chiunque si avvicina nei pressi del ferro. Basti pensare che sua maestà Lebron James, ha perfezionato un floater (particolare tiro in secondo tempo con una parabola estremamente arcuata) appositamente per le sfide contro Hibbert, unico giocatore al mondo che riesce a infastidirlo dentro al pitturato. Sugli esterni, invece la squadra di Indianapolis può contare su un terzetto che difensivamente fa spavento in virtù della presenza di George, Stephenson e Hill. George è semplicemente uno dei 5 migliori difensori perimetrali del panorama Nba, uno dei pochi in grado di provare a marcare LBJ uno contro uno, Stephenson è uno specimen incredibile, fisico da toro con piedi velocissimi che se concetrato (e fidatevi, è un grosso “se”) può contenere chiunque mentre Hill è uno dei più solidi e concreti difensori di playmaker al mondo. Il gioco “vecchia scuola” dei Pacers comporta l’imposizione di un ritmo basso alla partita e la costante presenza di due lunghi in campo che seppur porti grossi vantaggi a rimbalzo, crea altrettanti problemi in attacco, considerando la non eccelsa quantità di talento e l’assenza di passatori puri. La metà campo offensiva è sicuramente la nota dolente della squadra; Indiana appoggia moltissimo la palla in post basso, sistema che al giorno d’oggi è estremamente inefficiente, spazia malissimo il campo e inoltre perde moltissimi palloni, spesso in modo banale.

Dall’altra parte Miami è una squadra decisamente più moderna che gioca un basket più perimetrale con quattro, se non cinque esterni sul campo, costante movimento di uomini e palla e ritmi a tratti forsennati.

La presenza di giocatori più piccoli e dinamici difensivamente si traduce in una pressione ossessiva sulla palla, blitz costanti su tutti i pick’n roll e rotazioni velocissime che possono portare chiunque a chiudere sul perimetro come in area.

Gli Heat sono una squadra che, a differenza di Indiana, quando gioca al massimo dei giri eccelle in due metà campo ed è carente solo a rimbalzo.

I probelmi per la squadra di coach Spoelstra si presentano soprattutto in virtù del fatto che il loro stile di gioco richiede un enorme dispendio fisico e la squadra bicampione deve contare su una panchina più corta degli anni passati e su una rosa non più giovanissima.

Decisivo sarà, quanto Indiana farà lavorare Lebron James in difesa: il fenomeno Heat, infatti, non può permettersi di difendere tutti i possessi “alla morte” considerando il fatto che è il principale sbocco offensivo, uno dei più importanti rimbalzisti, e spesso il portatore di palla della squadra della Florida.

Tra le innumerevoli chiavi che potrebbero decidere la serie, a mio avviso, le più indicative saranno i rimbalzi e le palle perse. Se Indiana riuscirà a banchettare sulla testa degli Heat sotto i tabelloni, ottenendo rimbalzi offensivi e garantendosi seconde e terze opportunità potrà sopperire alla propria scarsa vena offensiva. D’altro canto se Miami riuscirà a generare numerose palle perse, in una squadra che ne perde molte già di suo, e a scatenare i suoi micidiali contropiedi la serie potrebbe prendere la via della Florida.  PRONOSTICO: PACERS IN SETTE PARTITE

 

 

OVEST

 

SAN ANTONIO SPURS (1) – OKLAHOMA CITY THUNDER (2)

 

Una serie che, purtoppo, neanche iniziata è già condizionata dagli infortuni. OKC, infatti, dovrà fare a meno  di Serge Ibaka per il resto dei Playoff, mentre gli Spurs avranno a disposizione un Tony Parker a mezzo servizio in quanto reduce da un recente infortunio.

In un articolo precedente avevo esposto la mia personalissima teoria secondo cui, la vincitrice della serie tra Clippers e Thunder sarebbe riuscità a raggiungere le Finals ma gli eventi degli ultimi dieci giorni mi hanno fatto cambiare idea. San Antonio, nel turno precedente, ha passeggiato sui Portland TrailBlazers con una facilità a tratti disarmante mentre Oklahoma City è riuscita a vincere la serie contro L.A grazie alla loro debordante quantità di talento, a un pizzico di fortuna e a qualche svista arbitrale, tutte cose su cui non si pùò fare cieco affidamento.

Se la storia recente ci ha insegnato qualcosa è che San Antonio è la squadra offensivamente più pericolosa al mondo, basata su un’idea di gioco che non obbliga i giocatori a compiere movimenti meccanici e mnemonici ma che fa muovere la palla e  uomini affidandosi a letture rapide che devono contrastare qualsiasi scelta faccia la difesa. Nessuno ha il diritto, eccetto Tony Parker, di fermare la palla per più di un secondo finchè non l’attacco non ottiene il mismatch desiderato e questo costringe le difese avversarie a muoversi e rimanere concentrate per gli interi 24 secondi e le forza a dover difendere all’interno della stessa azione giocate totalmente differenti. Nonostante giochi quasi costantemente con due lunghi spazia il campo come nessuno, e nessun giocatore finisce l’azione dove l’aveva iniziata. Quel genio che siede sulla panchina degli Spurs, coach Popovich, probabilmente il miglior allenatore Nba è inoltre abilissimo a disegnare azioni che sembrano portare la palla in una determinata zona di campo, per poi ribaltare repentinamente il lato e attaccare la zona opposta del campo, che le difese sugli spostamenti, lasciano inevitabilmente libere. Con gli Spurs, il campo sembra misteriosamente più grande e bene o male, la coperta è sempre corta. Difensivamente San Antonio, pur non raggiungendo i livelli di eccellenza dell’altra metà campo, si mantiene tra l’elite della lega.

La difesa dei texani è abbastanza conservativa, indirizzata più a contestare i tiri e a garantirsi i successivi rimbalzi piuttosto che a forzare palle perse per alimentare il contropiede. Si impernia attorno a Tim Duncan in mezzo all’area e a Kawhi Leonard sugli esterni, uno dei più arcigni difensori perimetrali che si dovrà occupare del neo-MVP Kevin Durant.

La più grande forza della squadra di coach Popovich però è la sua capacità di trasformarsi a seconda dell’avversario che si trova di fronte: può alzare o abbassare i ritmi a piacimento, per tratti di gara può tappare il proprio canestro impedendo a chiunque di far canestro oppure segnare a piacimento dall’altra parte. Sono davvero camaleontici.

Al di là della barricata, i Thunder, che da tutti venivano visti come la principale avversaria per gli Spurs a Ovest, devono affrontare la disastrosa tegola dell’infortunio di Ibaka. Una statistica da poco pubblicata mostra come, negli scontri diretti stagionali, gli Spurs abbiano tirato sotto al 50% dal campo con il congolese sul terreno di gioco, mentre hanno tirato con percentuali superiori al 60% nei suoi momenti di riposo. Sono convinto che alla notizia della sua assenza, in Texas siano state stappate un paio di buone bottiglie. I Thunder saranno dunque costretti a giocare maggiormente small ball, tenendo in campo un solo lungo e con Kevin Durant nella posizione di 4 perimetrale.

Di per sé non è una cattiva notizia perché molte statistiche confermano come questa soluzione durante l’anno sia stata più che efficace. In regular season, però il posto di unico lungo veniva occupato proprio da Ibaka e questa mossa veniva usata come svolta tattica durante le partite che non riuscivano a giocarsi in altro modo, mentre in questa occasione la strutturazione più perimetrale è diventata necessaria e nel corso di una serie lunga sette partite presta il fianco ad aggiustamenti da parte di un tattico come Popovich. I Thunder non devono partire sconfitti però, perché hanno dalla loro il secondo miglior giocatore al mondo e un Russell Westbrook che nelle ultime sette-otto partite sta facendo vedere il lato migliore di se stesso. OKC, inoltre è una delle poche squadre che per come è stata costruita è in grado di mettere qualche granellino di sabbia nell’ingranaggio offensivo degli Spurs, grazie a giocatori lunghi in grado di sporcare le traiettorie di passaggio della squadra texana. Decisivo sarà l’apporto di coach Scott Brooks, che nei primi due turni si è dimostrato incapace di far eseguire la sua squadra nel suo insieme, affidandosi eccessivamente al talento individuale di KD e Westbrook. La chiave della serie, saranno a mio avviso le panchine: entrambe le squadre sono dotate di panchine lunghe e chi riuscirà a vincere la battaglia delle second-unit farà un grosso passo verso la terra promessa. In quest’ottica bisogna tener d’occhio un Manu Ginobili che incurante della carta d’identità sta giocando su livelli che non gli competevano, con questa regolarità, da anni.

PRONOSTICO: SPURS IN SEI PARTITE

Gian Paolo Maini

Gian Paolo Maini

Gian Paolo Maini è editore e direttore della testata parlandodisport.it che ha fondato nel marzo 2014. Classe 1979, diventa giornalista nel 2008 ed inizia con la carta stampata per poi proseguire con radio e tv, di cui si occupa ancora. Scrive il suo primo libro "La prima corsa di Enzo Ferrari" nel 2013. Ha creato eventi sportivi e culturali con la propria agenzia di comunicazione ed oggi continua a farlo come libero professionista. Da 4 anni è addetto stampa di Modena Volley (Serie A maschile) e manager nel gruppo Rpm Media e Radio Pico.

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