Terzo episodio della rubrica #ParlandodiStorieModenesi dedicato ad uno dei più illustri uomini della storia dello sport, che ha da poco spento 70 candeline: Julio Velasco. Ben più di un allenatore, di un dirigente, di un formatore e di qualunque carica abbia ricoperto, Julio Velasco è una vera e propria icona.
Gli esordi in Argentina
Julio Velasco nasce a La Plata, capoluogo della provincia di Buenos Aires, il 9 febbraio 1952. Entra presto nel mondo del volley in veste di giocatore, centrando la promozione in Serie A con la propria squadra e vincendo anche premi individuali. Dopo un anno nella massima serie interrompe la propria carriera da giocatore per dedicarsi all’università e all’attività politica praticata col movimento studentesco. Come lui stesso dichiara, inizia a fare l’allenatore un po’ per caso, per racimolare qualche soldo soprattutto con squadre di bambini. Col tempo, dimostrando giorno dopo giorno le proprie doti innate, giungerà nel 1979, durante anni drammatici per l’Argentina oppressa dalla dittatura militare di Jorge Rafael Videla, ad esordire nella serie A argentina come allenatore del Ferrocarril Oeste, club col quale vince quattro campionati consecutivi. Nel frattempo, dopo aver abbandonato gli studi in filosofia, si dedica alle scienze motorie e ottiene la laurea quando è ormai campione d’Argentina come allenatore. Già nel 1982, a cavallo dei suoi 30 anni, viene nominato vice della nazionale Argentina e prende parte alla conquista della medaglia di bronzo ai mondiali giocati nel proprio paese.
L’arrivo in Italia e la Panini
È nel 1983 che un giovane Giuseppe Cormio, oggi direttore generale della Lube Civitanova, gli offre l’occasione di allenare il Latte Tre Valli Jesi, di cui era allora direttore sportivo e che aveva appena ottenuto la promozione in Serie A2. Velasco accetta con l’intenzione di vivere un’esperienza in Europa prima di fare ritorno in patria, ma gli eventi renderanno questa parentesi ben più lunga del previsto. Lo stesso allenatore racconta che, alla prima stagione nelle Marche, il suo stipendio stagionale era di soli seimila dollari e che alloggiava in un paesino di 1000 abitanti a 15 minuti di distanza da Jesi. Reso celebre dal tecnico l’aneddoto che racconta come, dopo un corso intensivo e mesi di mal di testa per imparare l’italiano, una mattina qualunque facendosi la barba si sia accorto di star pensando nella lingua di Mameli.
Dopo due stagioni positive in A2 a Velasco viene suggerito di cercarsi una nuova squadra, essendo lo sponsor di Jesi in procinto di abbandonare. L’allenatore argentino si attacca dunque al telefono e a quel piccolo spazio riservato alla pallavolo sui giornali per trovare una società disposta ad investire su di lui. La società interessata presto arriva, ed è proprio la Panini Modena, decisa a riconquistare quello scudetto che manca da dieci stagioni e che nel campionato precedente era stato perso contro la Zinella Bologna. Questo non fu in ogni caso il primo contatto tra Velasco e la Panini; l’anno prima, infatti, la società geminiana aveva già cercato il tecnico argentino per ricoprire il ruolo di secondo, ruolo che tuttavia lui aveva rifiutato nonostante il prestigio e la disponibilità economica del sodalizio.
Con un contratto annuale e la stessa rosa che era stata sconfitta l’anno precedente Julio Velasco centra immediatamente lo scudetto nel 1986. Al termine di quella stagione il contratto gli viene felicemente rinnovato, ma la squadra perde un giocatore fondamentale come Quiroga, deciso a tornare in Argentina, poco tempo prima del campionato. Modena resta quindi senza stranieri, così la società pensa di puntare su qualche giocatore di non primissima fascia rimasto ancora senza squadra. L’allenatore, ciononostante, si oppone a questa decisione e riesce a convincere Giuseppe Panini a dare fiducia ad alcuni giovani italiani: tra questi c’era il futuro campione Lorenzo Bernardi. Modena vince nuovamente lo scudetto nel 1987 stavolta ribaltando i pronostici, e ci riuscirà per altre due stagioni consecutive, rendendo quella compresa tra il 1985 e il 1989 la striscia di successi in Superlega più lunga della storia al pari di quella infilata dalla Robur Ravenna tra il 1945 e il 1949. Oltre agli scudetti la Panini in quegli anni – spinta da una rosa che vanta nomi del calibro di Andrea Lucchetta, Luca Cantagalli, Fabio Vullo e lo stesso Lorenzo Bernardi che poi saranno la base della cosiddetta “generazione di fenomeni” – conquista anche tre successi in Coppa Italia e uno a livello internazionale in Coppa delle Coppe. Un’epoca da sogno resa realtà dalla capacità di Julio Velasco di scovare futuri campioni prima del tempo e di introdurre metodi innovativi guidando la squadra con la sua autorevole leadership. Lo stesso allenatore argentino ha raccontato che, al suo arrivo, ha saputo abilmente convincere i propri giocatori, abituati ad allenarsi per due ore al giorno, a sostenere sessioni di allenamento lunghe anche tre ore e con maggiore frequenza.
La Nazionale italiana e la “generazione di fenomeni”
Dopo aver dominato a livello di club, nel 1989 lascia per la prima volta Modena per affrontare la sfida di portare ai vertici mondiali la Nazionale italiana maschile. In maglia azzurra ritrova alcuni dei suoi perni della Panini fra cui Bernardi, Lucchetta e Cantagalli ai quali si aggiungono i vari Zorzi, Tofoli, Gardini e non solo. Questo gruppo – cui verrà associato dal giornalista Jacopo Volpi nel 1994 l’appellativo “generazione di fenomeni” per analogia col titolo dell’omonima canzone degli Stadio datata 1991 – sarà capace di portare per la prima volta nella storia l’Italia ai vertici del volley mondiale, spezzando il dominio dei paesi dell’est europeo. Raccontare quella squadra fenomenale costituisce un’ardua impresa nella quale tanti si sono cimentati, a noi basterà ricordare che nessun’altra nazionale era mai riuscita prima – e dopo soltanto il Brasile – a vincere tre campionati mondiali consecutivi, di cui l’ultimo nel 1998 con in panchina Bebeto. Per quanto riguarda Julio Velasco, dopo i numerosi successi ottenuti con quella che sarà poi eletta la “squadra del secolo” e l’argento alle olimpiadi di Atlanta 1996, affronta una nuova missione con la Nazionale italiana femminile. Durante la stagione 1997-1998, alla guida delle azzurre, istituisce il Club Italia, progetto nato per permettere alle atlete selezionate dalla Federazione di allenarsi tutto l’anno senza le competizioni dei club. Dopo quest’esperienza Velasco passa nel 2001 alla nazionale ceca maschile, per poi fare ritorno nel mondo dei club prima a Piacenza poi con una nuova parentesi a Modena, e infine con la Gabeca Monza. Dal 2008 per tre anni è alla guida della nazionale spagnola, dopodiché passa a quella iraniana e riesce nel 2011 nell’impresa di conquistare il Campionato asiatico per la prima volta nella storia dei persiani, addirittura ripetendosi nell’edizione successiva. Nel 2014 ottiene la panchina della selezione del proprio paese, quella argentina, conducendola alla vittoria dei Giochi panamericani del 2015.
L’ultimo ritorno a Modena e il ritiro
Velasco conclude la propria carriera come commissario tecnico delle nazionali sulla panchina dell’Argentina, e viene chiamato da Catia Pedrini per fare ritorno a Modena nella stagione 2018-2019. Il tecnico plurivincitore del campionato italiano trova una squadra rivoluzionata rispetto all’anno precedente e con ambizioni ridimensionate. Alla prima uscita ufficiale la Modena Volley targata Velasco conquista la Supercoppa Italiana – ultimo trofeo vinto ad oggi dalla società di viale dello Sport – ma nei primi mesi di campionato non mancano le difficoltà nel gioco e nei risultati. Dopo mesi di lavoro e diverse sconfitte cocenti, Modena arriva ai play-off scudetto e nei quarti elimina un’agguerrita Milano, per poi trovare la favoritissima Sir Safety Perugia in semifinale. La serie sembra avere esito scontato, ma sulla formazione gialloblù si fa sentire la mano di un allenatore – e motivatore – del calibro di Julio Velasco. Modena perde gara 1, vince gara 2 al tie-break di una serata memorabile al Palapanini, cede in gara 3 e domina gara 4. Si arriva alla sfida decisiva al PalaBarton e guardandosi indietro a pochi mesi prima non si può fare a meno di notare l’enorme lavoro – l’ultimo – di un allenatore che mai ha perso la capacità di far rendere al massimo i propri giocatori. In gara 5 Modena si trova in vantaggio per 2-1, ma l’infortunio accusato da Bartosz Bednorz mette i bastoni fra le ruote ai geminiani che vengono sconfitti soltanto al tie-break. Al termine di una stagione con un trofeo in bacheca nonostante il ridimensionamento dell’estate precedente, Julio Velasco decide di ritirarsi con una lettera commovente indirizzata a tutto il mondo dello sport in cui afferma: “come molti giocatori hanno smesso di giocare quando ancora erano forti, anch’io ho voluto chiudere la mia carriera quando ancora avrei potuto allenare, senza aspettare il declino”. Nemmeno a questo punto però Velasco si allontana dal suo mondo, da quel mondo dello sport a cui ha dato così tanto, ricoprendo ancora oggi il ruolo di direttore tecnico del settore giovanile della Fipav.
Frasi e citazioni
Alla base degli storici successi di Julio Velasco stanno una solida leadership e una capacità di motivare i giocatori – e le persone in generale – che hanno sempre contraddistinto la sua carriera. Le preziose citazioni dell’allenatore argentino non si contano, qui abbiamo deciso di ricordarne alcune in forma di tributo.
“Chi vince festeggia, chi perde spiega.”
“Non esistono le cose facili o difficili: esistono le cose che io so fare e quelle che non so fare.”
“Uno non è un grande allenatore quando fa muovere i giocatori secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna i giocatori a muoversi per conto loro.”
“Accettare alibi significa accettare che una cosa non si può fare per un motivo che non dipende dalla propria responsabilità.”
“Il vero talento ce l’ha chi ha capacità di apprendimento e la mantiene nel tempo.”
“Io di solito dico ai giocatori: se oggi è una brutta giornata e da uno a dieci puoi dare cinque va bene, ma devi dare cinque. Se dai quattro hai fallito, se dai cinque hai fatto il meglio che potevi fare oggi, non possiamo dare sempre otto.”
“È opinione diffusa che chi ha vinto ha fatto tutto bene e chi ha perso ha fatto tutto male. Nello sport non basta fare le cose bene, bisogna farle meglio degli altri.”
“Quando noi parliamo di sfida, ne parliamo sempre nella versione maschile. Ma uomini e donne funzionano in modo diverso. Quando ho allenato le donne mi è capitato di dover dire: «Provate, anche se sbagliate». Coi maschi non l’avrei mai detto, altrimenti sarebbe stato il disastro.”



















































































































