MODENA FC, INTERVISTA FABIO ABIUSO A CRONACHE DI SPOGLIATOIO
SOGNI E ATTUALITÀ – “Riportare il Modena in A sarebbe un sogno, da non dormirci la notte. Ho immaginato tante volte come sarebbe. Quando è arrivata la chiamata del Modena era un periodo un po’ negativo. L’anno prima il Sassuolo non mi aveva riconfermato ed è stata una bella batosta, poi la Reggiana alla fine della stagione successiva è fallita. Ero un po’ sfiduciato, ma poi non ci ho pensato due volte quando ho saputo della possibilità di venire qui. Il gol a Cosenza? Quella è stata un’emozione grandissima, lo aspettavo da tanto. Ho ancora impressi i volti della gente, ricordo i loro occhi. Eravamo faccia a faccia. La rete nel derby contro il Parma sotto la Montagnani è stato stupendo, non ci ho capito più nulla e sono corso verso i tifosi. Tornando verso il centrocampo, poi, ho guardato la tribuna: c’erano tutti i miei amici e la mia famiglia. Avevano preso uno spicchio di tribuna intero. Oltre che per me, è stata un’emozione indescrivibile per mio padre e mio zio: loro sono cresciuti in quella curva e quando sono diventato un po’ più grande anch’io andavo lì tutti i sabati. Vedermi con la maglia del Modena segnare un gol sotto la curva per loro non ha avuto prezzo, erano commossi. Esordio in C nel 2020? Ricordo tutto, avevo paura dato che ero solo un ragazzino di 17 anni. Mi tremavano le gambe, ma quando sono entrato è passato tutto”.
INTER – “Non ci credevo. Io ho sempre tifato Modena, ma l’Inter è la mia squadra del cuore. Allenarsi con la prima squadra è stata un’emozione grandissima, soprattutto le prime volte. Pensa: tu sei un ragazzino di appena 18 anni e puoi allenarti con dei campioni. Vedi come lavorano, come si comportano. Quando ho visto allenarsi Lautaro, però, sono rimasto a bocca aperta. Per la potenza, la ‘garra’ che aveva, era infermabile. Io però mi ispiravo a Dzeko per la stazza. Cercavo di studiarlo. Mi impressionava la qualità e la tranquillità con cui giocava. Quando l’Inter non mi ha riscattato, ci sono rimasto male. Avevo fatto una bella stagione, ma non mi sono scoraggiato perché sapevo di essere ancora del Modena”.
PERGOLETTESE – “Per me è stato fondamentale quel passaggio. La Serie C è un campionato formativo per un giovane: non sei coccolato come in A, ma è una bella palestra. Ti fa crescere dentro e fuori dal campo. Ho acquisito fiducia lì e poi ho ancora un bellissimo rapporto con tutti: il Presidente, i dirigenti li sento ancora”.
PAOLO BIANCO – “Il mister è bravissimo con noi giovani. Dopo l’espulsione con la Sampdoria, mi aspettavo di essere massacrato – anche giustamente – mentre lui è stato molto diplomatico: ‘Fabio, queste cose non devono succedere, ma è tutta esperienza’. Mi sta aiutando molto sotto l’aspetto caratteriale”.
PRESENTE – “Fino a qualche giornata fa avevamo fatto una stagione perfetta. Siamo in un momento in cui non vengono i risultati. È frustrante perché giochiamo bene, le prestazioni ci sono ma non siamo ripagati. Io, però, intanto sono stato bravo a tenermi il posto e non molliamo”.
UNDER 20 – “Essere in ritiro con la Nazionale fa un effetto strano, non c’ero mai stato. Ho saputo di essere convocato da Riccio, prima di una cena con tutto il gruppo. Non ci credevo e quando ho messo piede a Coverciano per la prima volta sono rimasto a bocca aperta. Quello sì che era stato sempre un sogno per me”.
CURIOSITÀ – “Ho vari riti prepartita. Bacio tutti i tatuaggi, porto sempre con me un anello. Ho varie cose, ma non ve le svelo tutte. A cosa non posso rinunciare? Alla gramigna della nonna, non posso dire di no. E poi le tigelle con i salumi… e i tortellini, addio. Si mangia di tutto in Emilia, mamma mia. Mi ero preparato anche per un piano B in caso di mancata carriera nel calcio: avevo già messo in conto la possibilità di dover far altro dopo la vita. Il sogno di fare il calciatore c’era sempre stato, ma intanto ho fatto le superiori in una scuola professionale di elettromeccanica per imparare un mestiere. È andata bene, almeno per ora. In realtà, il mio rapporto con il calcio è iniziato tutto per caso. Andavo con mia mamma ad accompagnare mio fratello agli allenamenti della squadra parrocchiale. Mi ricordo che un giorno iniziai a piangere perché non volevo andare via”.



































































































