L’idea di raccontare il Rennes FC mi è venuta osservando una ipotetica squadra europea che schierava in campo undici giocatori cresciuti o valorizzati dal Rennes e poi venduti in giro per il continente. Non è un caso isolato: negli ultimi anni il Rennes si è trasformato in uno dei laboratori più efficienti del calcio europeo, un modello che unisce formazione, coraggio e sostenibilità economica. Qui i giovani non sono un rischio, ma una risorsa da lanciare, far maturare e, quando arriva il momento, cedere al miglior offerente.

Il club bretone non è però soltanto una fabbrica di talenti. Nel 2019 il Rennes ha vinto la Coppa di Francia, battendo il Paris Saint‑Germain in finale e riportando un trofeo a Roazhon Park dopo quasi mezzo secolo. Un successo che ha certificato la qualità del lavoro di una società che dovrebbe essere presa come modello: un progetto capace di produrre valore tecnico e risultati sportivi, non solo plusvalenze.
In un campionato come la Ligue 1, dove i ricavi televisivi non possono competere con quelli della Premier League e dove il PSG da anni la fa da padrone, la capacità di generare entrate attraverso il mercato è diventata una leva strategica. Il Rennes lo ha capito prima di molti altri. Le cessioni finanziano infrastrutture, scouting, staff tecnico e nuovi investimenti nel settore giovanile. È un circolo virtuoso che permette al club di restare competitivo senza inseguire spese fuori scala.L’elenco dei giocatori venduti negli ultimi anni è impressionante. Édouard Mendy è volato al Chelsea per circa 24 milioni, Loïc Badé al Siviglia per 12 milioni, Nayef Aguerd al West Ham per 35 milioni. Nel 2024 è stata la volta di Guéla Doué, ceduto allo Strasburgo per 6 milioni, e soprattutto di suo fratello, quel Désiré Doué, acquistato dal PSG per 50 milioni che lo scorso anno ha umiliato l’Inter in finale di Champions. A centrocampo spicca la cessione di Eduardo Camavinga al Real Madrid per 31 milioni più bonus, mentre Raphinha è stato venduto al Leeds per 19 milioni dopo essere stato valorizzato in Bretagna.Il reparto offensivo è quello che più di tutti racconta la forza del vivaio Rennes. Ousmane Dembélé è stato ceduto al Borussia Dortmund per 15 milioni, prima di essere rivenduto dai tedeschi al Barcellona per 105 milioni. Jérémy Doku è volato al Manchester City per 60 milioni, Serhou Guirassy è stato ceduto allo Stoccarda per 9 milioni prima di esplodere in Bundesliga, e l’ultimo colpo record è stato Jérémy Jacquet, acquistato dal Liverpool per 70 milioni per la prossima stagione.

Questi undici nomi compongono una formazione simbolica che potrebbe tranquillamente competere in Champions League. Ma soprattutto rappresentano la prova concreta di quanto il Rennes sia diventato una miniera d’oro del calcio europeo: un club capace di trasformare ragazzi di 16 o 17 anni in asset da decine di milioni, mantenendo al tempo stesso una forte identità tecnica e un progetto sostenibile.Dietro questa continuità non c’è solo il talento dei giocatori, ma anche la visione dei dirigenti che hanno guidato il club negli ultimi vent’anni. Dal 2006 al 2014 il Rennes è stato plasmato da Pierre Dréossi, uno dei primi a investire seriamente nel vivaio. Dal 2014 al 2017 è arrivato Mikaël Silvestre, che ha rafforzato la rete internazionale. Dal 2017 al 2020 il ruolo è passato a Olivier Létang, artefice di alcune delle operazioni più importanti. Dal 2020 al 2023 la direzione sportiva è stata affidata a Florian Maurice, che ha ulteriormente accelerato la valorizzazione dei giovani. Nel 2023‑24 c’è stato anche il passaggio di Frédéric Massara, attuale DS della Roma e campione d’Italia con il Milan nella stagione 2021/2022. Oggi il club è guidato da Loïc Désiré, il dirigente che più di tutti incarna la continuità del modello Rennes: scouting aggressivo, fiducia nei giovani, sostenibilità economica. E se oggi mezza Europa guarda a Roazhon Park per scovare il prossimo talento, non è solo per la qualità dei giocatori, ma per la continuità del metodo. Il Rennes non vive di cicli, vive di processi. Non rincorre il mercato, lo anticipa. E mentre altri club oscillano tra rivoluzioni e ripartenze, il modello Rennes continua a produrre valore, risultati e idee. In un calcio che cambia alla velocità della luce, la Bretagna ha trovato la sua formula: crescere, vendere, reinvestire. E ricominciare da capo, meglio di prima.
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