Fuori gioco dall’inizio. La telecronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Milano-Cortina è stata un disastro annunciato, affidato a uno spaesato Paolo Petrecca. Ed è questo il punto: non un commentatore qualunque, ma il direttore di Rai Sport. Il debutto è già emblematico: saluto dallo “Stadio Olimpico”, mentre l’evento si svolge a Stadio San Siro. Da lì in poi, la direzione non viene mai ritrovata.
La confusione investe subito lo spettacolo e le istituzioni. Matilda De Angelis viene scambiata per Mariah Carey, in uno scivolone surreale e virale. Non va meglio in tribuna: capi di Stato e figure istituzionali presenti non vengono riconosciuti o vengono citati senza contesto. Su tutti, la Presidente del Comitato Olimpico Internazionale Kirsty Coventry che viene scambiata per la figlia di Sergio Mattarella. Il racconto procede a tentoni, come se tutto fosse intercambiabile.
Quando si arriva allo sport, il quadro non migliora. Nei passaggi dedicati alla pallavolo – maschile e femminile insieme – non viene riconosciuto praticamente nessuno: spariscono Simone Giannelli, Simone Anzani e Luca Porro, così come le protagoniste della Nazionale femminile. L’unica citata è Paola Egonu, evidentemente perché volto più mainstream e immediatamente riconoscibile. Restano invece ignorate Anna Danesi, capitana della Nazionale azzurra, e Carlotta Cambi. Una selezione che non segue la logica sportiva, ma quella della notorietà mediatica.
A rendere la telecronaca ancora più insopportabile è la gestione dello spazio in diretta. Accanto a Petrecca c’è Stefania Belmondo, leggenda dello sport italiano. Una che gli atleti li conosce davvero. Eppure viene continuamente stoppata, interrotta, richiamata, privata del tempo per spiegare e dare senso a ciò che passa sullo schermo. Il paradosso è evidente: chi ha la competenza non può parlare.
Il confronto diventa inevitabile. Anzi, impietoso. Di fronte a una telecronaca così confusa, il paragone con i veri commentatori del servizio pubblico, come Franco Bragagna, è automatico: professionisti messi nei ruoli chiave per competenza, cultura sportiva e capacità di leggere l’evento, non per altri criteri.
Il risultato è una diretta che non governa mai la cerimonia, ma la subisce. I social fanno il resto: meme, clip, ironia feroce. La cronaca diventa il caso della serata.
Non è accanimento, né nostalgia. È una questione di qualità del servizio pubblico. Perché le Olimpiadi non sono il luogo dell’improvvisazione. E quando a guidare il racconto è il direttore di Rai Sport, l’asticella dovrebbe stare molto più in alto. Qui il verdetto è chiaro: non una somma di gaffe, ma un fallimento complessivo, evidente fin dal primo “buonasera”.







































































































