Dodici mesi fa il Nottingham Forest viveva il suo momento più luminoso dell’era moderna. Terzo in classifica, gioco fluido, ambizioni europee che non sembravano più un sogno proibito. La corsa Champions si sarebbe poi spenta solo nelle ultime giornate, ma il premio di consolazione, l’Europa League , aveva comunque il sapore di un ritorno tra i grandi. E l’immagine simbolo di quel periodo resta impressa nella memoria collettiva: Evangelos Marinakis che, davanti alle telecamere, richiama Nuno Espírito Santo dopo il 2-2 contro il Leicester. Una scena a metà tra il paternalismo e il controllo totale, che allora sembrava folclore e oggi appare come un indizio di qualcosa di più profondo.
Perché un anno dopo, il Forest è irriconoscibile. La squadra che flirtava con la Champions è diventata un laboratorio di instabilità, un club che cambia allenatore con la stessa frequenza con cui altri cambiano le lampadine. E non è solo una questione di panchina: anche il mercato estivo è stato un manifesto di confusione. Acquisti numerosi, costosi, spesso incoerenti. Il caso più emblematico è stato quello di Douglas Luiz. Io ero presente al City Ground il giorno in cui si sapeva che la trattativa stava per chiudersi: un clima di eccitazione, la sensazione di un colpo da grande squadra, l’idea che il Forest stesse davvero alzando l’asticella. Sei mesi dopo, a gennaio, Luiz è tornato all’Aston Villa. Un flop totale, simbolo di una strategia che sembra più dettata dall’impulso che da una visione. La stagione attuale è una spirale di caos culminata nella notte surreale dello 0-0 contro il Wolves, quando Marinakis ha deciso di scendere in campo, non metaforicamente, ma fisicamente per “annientare” la squadra nello spogliatoio del City Ground. Secondo le ricostruzioni, il proprietario ha chiuso la squadra dentro la dressing room, con accessi controllati dai membri dello staff tecnico. Sean Dyche era presente, così come i suoi collaboratori. Dall’esterno, giornalisti e membri dello staff sentivano urla, rumori di oggetti che sbattevano, un clima da resa dei conti più che da analisi post-partita. Liam Cello dell’Associated Press ha riferito di essere stato spostato dall’area dopo aver sentito “loud rants and crashing sounds” provenire dallo spogliatoio. Due giocatori, Morgan Gibbs-White e Ryan Yates, sono usciti senza spiegazioni, mentre il resto della squadra è rimasto dentro.

La scena non si è chiusa lì. Marinakis e Dyche si sono poi spostati nella board room, dove li attendeva il direttore sportivo Edu. Ne è nata una discussione accesa, l’ennesima di una stagione in cui la tensione sembra essere diventata la lingua ufficiale del club. La decisione finale è arrivata poco dopo: Sean Dyche esonerato. Annuncio alle 00:31, tre ore e undici minuti dopo il fischio finale. Nottingham Forest alla ricerca del quarto allenatore della stagione. L’elenco degli esoneri è ormai un rosario: Nuno Espírito Santo il 9 settembre, Ange Postecoglou il 18 ottobre (diciannove minuti dopo la fine della partita), ora Dyche il 12 febbraio. Un turnover tecnico che non ha precedenti recenti in Premier League e che racconta più di qualsiasi analisi tattica. Il paradosso è che Dyche non stava nemmeno facendo male. Era stato nominato per il Manager of the Month di gennaio, e nelle ultime sei partite aveva raccolto due vittorie, tre pareggi e una sola sconfitta. La gara contro il Wolves è stata certamente frustrante: 35 tiri senza segnare, un dominio sterile che ha fatto emergere tutti i limiti offensivi della squadra. Ma il miglior finalizzatore del Forest, Chris Wood, ha 34 anni ed è fuori da ottobre. E soprattutto, quando arrivi al quarto allenatore in una stagione, il problema difficilmente è solo chi siede in panchina.

Il nodo è più profondo: reclutamento confuso, cultura interna fragile, leadership che oscilla tra il passionale e l’ingombrante. Marinakis ha investito molto e ha riportato il Forest in Europa, ma oggi sembra essere diventato il principale fattore di instabilità. Edu, dal canto suo, non appare in grado di costruire una struttura tecnica solida. Il risultato è un club che vive in uno stato di emergenza permanente, dove ogni partita può diventare un referendum e ogni pareggio una crisi. La statistica dei 35 tiri senza gol è diventata il simbolo perfetto della stagione: tanta energia, zero lucidità. Era dal 2016 che una squadra non produceva così tanto senza trovare la rete in Premier League, quando il Manchester United ne aveva collezionati 38 contro il Burnley. Un dato che racconta più di mille parole. E mentre tutto questo accade, il Forest rischia seriamente la retrocessione. Una caduta verticale che sembrava impensabile solo un anno fa, e che oggi lo vede invischiato nella lotta per non scendere insieme a un’altra grande in crisi profonda come il Tottenham. Un paradosso nel paradosso: gli Spurs l’anno scorso hanno vinto l’Europa League e quest’anno sono passati tra le prime otto nel girone di Champions, eppure si ritrovano a combattere per la sopravvivenza come una squadra qualunque. Nel frattempo, il Forest dovrà anche giocarsi il playoff di Europa League contro il Fenerbahçe, una sfida che arriva nel momento meno adatto possibile, con la società in subbuglio e la squadra senza guida tecnica. E proprio sul fronte panchina, il club ha individuato Vítor Pereira come forte candidato per diventare il quarto allenatore della stagione. Il portoghese è senza squadra da quando è stato esonerato dal Wolves a novembre dopo dieci partite senza vittorie, ma allo stesso tempo è stato ampiamente riconosciuto come l’uomo che aveva salvato i Wolves dalla retrocessione dopo il suo arrivo l’anno precedente. Una scelta che, se confermata, sarebbe l’ennesimo tentativo di raddrizzare una stagione che sembra sfuggire di mano a ogni settimana.

In dodici mesi il Nottingham Forest è passato dal sognare la Champions al diventare una caricatura di se stesso. I tifosi, che hanno riempito il City Ground anche nei momenti più bui, meritano una visione, una direzione, un progetto. Perché la Premier League può perdonare gli errori, le stagioni storte, persino le follie. Quello che non perdona è la mancanza di stabilità. E oggi, più che mai, il Forest sembra averla smarrita.







































































































