La convocazione di Bastoni in Nazionale non dovrebbe nemmeno essere un argomento di discussione. In Italia abbiamo visto giocatori approdare in azzurro dopo episodi ben più pesanti, senza che nessuno si sognasse di trasformare la questione in un dibattito etico. Bastoni non è un caso limite, né un unicum nella storia del nostro calcio. Il problema nasce quando qualcuno prova a costruirci sopra lezioni di sportività o la solita retorica del “risarcimento morale”.
Perché se c’è una cosa che l’Inter non può permettersi, è di ergersi a custode dell’etica sportiva. La favola dello “smoking bianco” è una delle più grandi operazioni di autoassoluzione della storia del calcio italiano. Una narrazione che funziona solo se si decide di avere la memoria selettiva. Basta aprire il libro della storia nerazzurra per trovare capitoli che definire “controversi” è un eufemismo: dalle famose pastiglie nel caffè ai tempi di Herrera, alla vicenda dei passaporti irregolari di fine anni ’90, fino alle intercettazioni di Calciopoli del 2006 che coinvolgevano anche l’Inter. Con una differenza sostanziale: altre società furono punite, i nerazzurri no, anzi premiati. E poi le gesta recenti della presidenza Zhang, quella del Messi riflesso sul Duomo. Eppure, nonostante tutto questo, si continua a ripetere la leggenda dell’Inter “pulita”, “diversa”, “moralmente superiore”. Una narrazione che regge solo ignorando i fatti.
Negli ultimi mesi il nome dell’arbitro Fabrizio La Penna ricorre con una frequenza che non può essere liquidata come semplice coincidenza. Tre episodi, diversi per contesto ma simili per peso specifico, hanno alimentato un dibattito che ormai travalica il singolo errore e tocca il tema più ampio dell’affidabilità del sistema arbitrale. Il caso Acerbi–Juan Jesus, con il presunto insulto razzista non rilevato e audio improvvisamente spariti. Poi Inter–Fiorentina, con l’azione proseguita (e poi trasformata in gol) nonostante il pallone avesse superato la linea di fondo. Infine il gol irregolare di De Ketelaere in Atalanta–Milan del dicembre 2024.
In questo contesto tornano attuali le parole di Paulo Fonseca, che denunciava la mancanza di criteri chiari e la difficoltà nel comprendere la logica degli interventi arbitrali. Riascoltate oggi, sembrano quasi premonitrici.
L’episodio Bastoni–Kalulu è la sintesi perfetta di ciò che non serve al calcio. Bastoni sente (forse) un tocco leggero, accentua, simula, induce l’arbitro all’errore e ottiene l’espulsione del difensore rossonero. Fin qui, pur grave, siamo nel repertorio del calcio moderno. Ma il dettaglio che fa saltare i nervi è un altro: Bastoni esulta. Esulta come se avesse segnato, come se avesse compiuto un gesto tecnico, non una furbata antisportiva. E poi si parla di “valori”.
A rendere il tutto ancora più grottesco è l’intervento di Chivu. Dopo mesi passati a fare il moralizzatore, di fronte all’evidenza non riesce a dire la cosa più semplice: “Bastoni ha sbagliato”. Si rifugia nel tecnicismo del “tocco leggero”, spostando la colpa su Kalulu. Una posizione quasi comica se pensiamo che in campo, ai suoi tempi, le mani non le teneva certo “a casa”. Ma il punto non è la simulazione in sé, purtroppo parte del calcio di oggi , bensì l’ipocrisia che la circonda.
Perché se vuoi fare il custode della sportività, devi essere il primo a dire “il mio giocatore ha sbagliato”. Se invece ogni volta che un tuo tesserato simula, provoca o esaspera, la reazione è “eh ma c’è il contatto”, “eh ma l’arbitro decide”, “eh ma gli altri…”, allora non sei un esempio. Sei solo uno che fa la morale agli altri senza mai applicarla a sé stesso.
Detto questo, c’è un punto che va chiarito senza ambiguità: al netto delle idee, degli episodi e delle polemiche, le minacce social rivolte a Bastoni e a La Penna sono intollerabili. Non fanno parte del tifo, non fanno parte del dibattito, non fanno parte del calcio. Sono un problema culturale che va isolato e condannato senza esitazioni.
Alla fine, la questione è semplice: Bastoni può andare in Nazionale senza problemi, esattamente come ci sono andati altri giocatori con episodi antisportivi alle spalle. Quello che forse dovrebbe togliersi , insieme a molti interisti , è la maschera di chi pretende di dare lezioni di morale agli altri.







































































































