La partita di ieri sera tra Milan e Como finita 1-1 ha fatto cadere più di una maschera, soprattutto quella che da mesi avvolge Cesc Fàbregas in un’aura di modernità, purezza tattica e coerenza ideologica. Bastano novanta minuti per capire quanto sia fragile questa narrazione: l’allenatore che aveva giurato che “piuttosto perde, ma non rinuncia alle sue idee”, alla prima difficoltà si è trasformato in un pragmatico d’altri tempi, abbassando il blocco, andando uomo su uomo, difendendo l’area e ripartendo in contropiede. Esattamente ciò che per anni è stato usato come clava per colpire Massimiliano Allegri, accusato di essere superato, reazionario, incapace di proporre calcio. Eppure ieri il Como ha gestito il vantaggio con falli tattici, proteste, interruzioni continue, una gestione del ritmo che ricorda proprio quella che viene imputata ad Allegri come peccato capitale. Curioso che oggi nessuno degli influencer tattici che da mesi incensano Fabregas abbia avuto il coraggio di far notare questa gigantesca incoerenza. Ma il silenzio, si sa, è comodo quando bisogna proteggere un personaggio costruito a tavolino. Infatti c’è una nuova generazione di “fenomeni” nel campionato italiano e non soltanto da difendere, cioè tutti quei ex grandi calciatori che pensano già di essere grandi allenatori. Dopo gli “insegnamenti” di Chivu, ieri sono arrivati quelli di Fabregas, con Allegri che, giustamente, ha parlato di rispetto. Perché il rispetto passa anche da ciò che fai in panchina: e ieri Fabregas ha allungato il braccio oltre la sua area tecnica per trattenere Saelemaekers, impedendogli di ripartire. Un gesto che in qualsiasi altro contesto avrebbe portato a un cartellino immediato, ma che ieri è stato ignorato con una naturalezza disarmante da parte di una classe arbitrale in totale confusione. Solo dopo, a fine partita, Fabregas ha chiesto scusa per il gesto: un’ammissione che conferma la scorrettezza dell’intervento, ma che non cancella la disparità di trattamento vista in campo. Allegri, invece, è stato espulso per aver lasciato l’area tecnica, ma lo aveva fatto proprio per difendere Saelemaekers, trattenuto in modo plateale. E non è un caso isolato: negli ultimi anni abbiamo visto allenatori come Simone Inzaghi vagare per metri e metri fuori dall’area tecnica, arrivando quasi a Gallarate senza mai essere sanzionati, o episodi come Chivu nel derby che “mura” un fallo laterale a Rabiot senza conseguenze. Evidentemente il regolamento non è uguale per tutti e le mani bisogna tenerle al proprio posto quando conviene. Non stupisce allora la stoccata di Allegri prima della conferenza stampa, quando si è rivolto a Fabregas dicendogli: “Sei un idiota, sei un ragazzino che ha appena iniziato ad allenare.” Una frase dura, certo, ma che fotografa perfettamente la tensione e la disparità di trattamento vissuta in campo.

Fabio Capello ha sottolineato come il Como protesti sempre, mentre il giornalista Fabio Ravezzani ha definito “vergognosa” la scena di Fabregas che trattiene un giocatore e poi ne chiede l’espulsione, ricordando che l’aggravante è proprio il suo ruolo di allenatore. La verità è semplice: Allegri viene giudicato per ciò che rappresenta, Fabregas per ciò che piace raccontare. Il primo viene punito per un passo fuori dall’area tecnica, il secondo può allungare il braccio e trattenere un avversario. Il primo è “superato” se difende basso, il secondo è “moderno” anche quando fa catenaccio. Ma il campo non mente, e ieri sera ha smascherato molte ipocrisie che qualcuno, prima o poi, dovrà avere il coraggio di ammettere.







































































































