Sessantacinque anni sono un tempo sufficiente per cambiare un Paese, una città, un calcio intero. A Lincoln, però, quel numero ha sempre avuto un peso diverso: era la distanza che separava il club dalla seconda divisione inglese. Una distanza che sembrava destinata a rimanere tale, finché una squadra costruita con un budget da retrocessione, un allenatore fuori dagli schemi e un sistema di reclutamento basato sugli algoritmi non ha deciso di riscrivere la geografia del football.
Il 2-1 sul Reading ha certificato la promozione con cinque giornate d’anticipo, allungando una striscia di 23 partite senza sconfitte (18 vittorie). Ma la vera immagine simbolica della stagione non è il tabellone del Madejski Stadium: è il paradosso che attraversa l’Inghilterra calcistica.
Nel 2016-17, il Leicester City difendeva il titolo di campione della Premier League mentre Lincoln arrancava in quinta serie. La prossima stagione, salvo sorprese, Lincoln giocherà un livello sopra il Leicester. Una scalata incredibile da una parte, una caduta verticale dall’altra.
Eppure, per capire come gli Imps siano arrivati fin qui, bisogna guardare dove gli altri non guardano: nei dettagli, nei dati, nelle idee.
Il miracolo da cinque milioni
Lincoln City ha affrontato la League One con il settimo budget più basso del campionato: circa £5 milioni, contro i 14-15 delle big. Il giocatore più pagato guadagna £3.500 a settimana, mentre altrove si superano i £10.000. La forbice salariale interna è minima, quasi simbolica: nessuna star, nessun ego fuori scala, solo un collettivo che si muove come un organismo unico.
Il risultato?
- squadra più prolifica del campionato
- miglior difesa
- più punti di tutti
- nessun giocatore in doppia cifra
È la dimostrazione che la forza del sistema supera quella dei singoli.
Una proprietà internazionale, una città che non vuole cambiare
La rinascita del club ha radici lontane. Clive Nates, sudafricano, è entrato nel 2016 quando Lincoln era ancora in National League. Negli anni si sono aggiunti investitori americani come Ron Fowler e Harvey Jabara. E poi c’è Landon Donovan, che non è solo un nome da copertina: è un advisor strategico, un osservatore attento, un ponte culturale.
Donovan descrive Lincoln come una città “dolce, discreta, autentica”, lontana dalle luci di Londra o Manchester. Una definizione che sembra riflettersi anche nel club: niente clamore, niente scorciatoie, solo un’identità chiara e un rapporto simbiotico con la comunità.
Quando l’algoritmo diventa un vantaggio competitivo
Il cuore del progetto è il reclutamento. Lincoln ha costruito un sistema che unisce algoritmi, scouting tradizionale e valutazioni sul carattere. I dati arrivano da Impect, vengono analizzati da un team interno che scrive codice e modelli in Python, e poi incrociati con osservazioni sul campo.
È così che sono arrivati:
- Jack Moylan, pescato nella League of Ireland
- Ben House, risalito dal non-League
- George Wickens, ex Fulham, preso a zero
- Ivan Varfolomeev, acquistato per £400.000 dopo essere stato individuato dai modelli dati.
Negli ultimi tre anni, il club ha generato oltre £3 milioni in cessioni.
Un ciclo virtuoso che permette di reinvestire senza tradire la filosofia.
Skubala, l’allenatore che viene da un altro mondo
Il turning point tecnico ha un nome preciso: Michael Skubala.
Arrivato nel novembre 2023, con un background che sembrava quasi un azzardo — futsal, università, giovanili del Leeds — Skubala ha portato un approccio radicalmente diverso.
Il Lincoln è la squadra con il possesso più basso della League One, ma anche quella che controlla meglio le partite. Pressa alto, evita rischi nella propria metà campo, sfrutta ogni dettaglio. E soprattutto domina sulle palle inattive: 26 gol su 77 arrivano da corner, punizioni o rimesse laterali.
Il club ha investito in un software di analisi da Insight Sport, ha creato routine maniacali, ha legato parte dei bonus ai set piece. Tom Hamer, con le sue rimesse lunghe, è diventato un’arma tattica. E quando i Rangers hanno portato via il set-piece coach Scott Fry, il sistema ha continuato a funzionare.
Perché il sistema è più importante dei singoli.
Le radici della rinascita: i Cowley
Il percorso non nasce oggi. Nel 2016-17, Danny e Nicky Cowley riportarono Lincoln in Football League e firmarono una storica FA Cup run fino ai quarti contro l’Arsenal. Quel periodo ha lasciato infrastrutture (grazie agli introiti di TV e botteghino) entusiasmo e una mentalità che oggi è diventata metodo.
Il salto di categoria porta con sé rischi enormi. Anche in League One, Lincoln ha chiuso l’ultimo bilancio con £3 milioni di perdita. In Championship il divario economico è ancora più ampio. Donovan lo dice senza giri di parole: “Non basta salire. Bisogna restare”.
Jez George, il direttore sportivo, è altrettanto netto: “Non possiamo cambiare pelle. Dobbiamo essere ancora più fedeli ai nostri principi”.
È una sfida che Lincoln affronterà con la stessa filosofia che l’ha portata fin qui: idee chiare, disciplina, algoritmi, e una cultura che non si piega alla logica del denaro.
Un ritorno che vale più di una promozione
Sessantacinque anni dopo, Lincoln City torna nel calcio che conta. Non grazie a un colpo di fortuna, non grazie a un proprietario miliardario, ma grazie a un progetto che ha dimostrato che nel calcio moderno c’è ancora spazio per chi costruisce con pazienza, rigore e intelligenza.








































































































