Come giornalista, come appassionato di sport e come genitore sento il dovere di fare alcune considerazioni sulla vicenda che ha coinvolto Manolo Portanova.
Negli ultimi due anni Portanova è stato elevato a simbolo della Reggiana e della “reggianità”, sostenuto dalla tifoseria e, nei fatti, anche dalla società, quella società, la AC Reggiana 1919, che ha scelto di puntare su un giocatore al quale il Genoa CFC aveva già revocato il contratto e per il quale la Procura Generale ha chiesto l’immediata radiazione al CONI.
Eppure oggi siamo di fronte a un fatto che non può più essere ridimensionato o raccontato con ambiguità: Portanova è stato condannato anche in secondo grado per violenza sessuale di gruppo. Insieme a lui sono stati condannati lo zio, con una pena di otto anni, e un terzo uomo. Portanova è stato condannato a sei anni. Due gradi di giudizio che hanno confermato, nel merito, sia la responsabilità degli imputati sia la sussistenza della violenza, riconoscendo anche la condizione di impossibilità della ragazza di sottrarsi, in un contesto in cui sono state accertate anche percosse e lesioni.
Per questo è necessario dirlo con chiarezza: non esiste una “presunta vittima di un presunto stupro”. Dopo due gradi di giudizio esiste una ragazza che è stata riconosciuta come vittima di una violenza. E esistono persone che sono state condannate per un fatto gravissimo.
È fondamentale chiarire anche un punto spesso utilizzato per alimentare confusione: la Cassazione. Non è un nuovo processo, non riascolta testimoni, non rivaluta i fatti. Verifica esclusivamente che la sentenza sia corretta dal punto di vista giuridico e che la motivazione sia logica e coerente. Per questo, una condanna confermata in appello rappresenta già un doppio giudizio pieno sui fatti.
In questo scenario, un segnale — finalmente — è arrivato anche dalle istituzioni: il Comune di Reggio Emilia, attraverso l’assessore allo sport, ha chiesto alla società di prendere una posizione chiara. È un passaggio importante, perché rompe un silenzio che fino ad oggi è stato assordante e segna, almeno, una presa di coscienza.
Ma il tema va oltre il singolo caso. Il calcio non è solo competizione: è educazione, esempio, responsabilità. I simboli che proponiamo parlano ai più giovani, costruiscono modelli, orientano comportamenti.
Continuare a sostenere, senza alcuna presa di distanza, chi è stato condannato in due gradi di giudizio per un fatto così grave significa trasmettere un messaggio pericoloso. Significa normalizzare ciò che normale non è. E questo, nello sport, non può e non deve accadere.
In questo contesto si inseriscono anche alcune continue apparizioni pubbliche completamente, assolutamente inaccettabili. Non ultima quella andata in onda su Sportitalia, dove il padre del giocatore, tra battute e allusioni, ha dato vita a un siparietto che ha superato ogni limite. Un atteggiamento che prosegue anche sui social, alimentando una narrazione che banalizza e, nei fatti, si prende gioco di una ragazza che ha subito una violenza per la quale tre uomini sono stati condannati per un totale di circa vent’anni.
Ma qui non c’è nulla da ridere.
C’è una vicenda giudiziaria passata attraverso due gradi di giudizio.
E c’è una persona riconosciuta come vittima.
Per questo, chi ama davvero lo sport deve pretendere di più.
E una città che ha bisogno di simboli può — e deve — cercarli altrove, in esempi diversi, in persone che rappresentino davvero i valori che lo sport dovrebbe trasmettere.






































































































