Un 5-4 in una semifinale di Champions non è una partita: è un collasso strutturale. Non c’è tattica che tenga, non c’è narrativa che possa contenere nove gol in 90 minuti. È la sensazione che il calcio d’élite, per una notte, abbia deciso di ignorare tutto ciò che normalmente lo definisce.
Eppure, dietro allo spettacolo, resta un dubbio che non si può liquidare con un “che bella partita”.
C’è un però. E non è nostalgia, non è passatismo. È semplicemente la constatazione che una partita di calcio, anche nel 2026, dovrebbe avere una fase difensiva degna di questo nome. Attenta, strutturata, riconoscibile. Invece qui, già dopo 15 minuti del primo tempo, c’erano praterie da coast-to-coast NBA, non da semifinale di Champions. Più che un match da playoff sembrava un All Star Game: tecnica, giocate, highlights, ma poca sostanza. Poco controllo. Poco equilibrio.
Sia chiaro: siamo noi appassionati a doverci adattare. Il calcio cambia, e ci mancherebbe pure. Prepariamoci anche a vedere dei set di tennis al Mondiale, perché la direzione è quella.
Però questo modo di “fare calcio” a gesti di qualche fenomeno ha un po’ rovinato la percezione di come dovrebbe essere una partita ad alti livelli. Perché se costringi i tuoi difensori a rimanere costantemente in 1 contro 1 con 40 metri alle spalle, non stai giocando a calcio: stai giocando a un’altra cosa. Divertente, certo. Ma un’altra cosa.
Mi sono divertito? Sì, abbastanza. Ma resta addosso quella sensazione da “metto dentro undici fenomeni offensivi, qualcosa succederà”. E infatti succede: nove gol.
E allora la domanda diventa inevitabile: i Thiago Silva di quella generazione servono ancora? Gente che sapeva marcare, che viveva il duello, che ti stava addosso per 90 minuti senza lasciarti respirare. Difensori che non erano solo atleti, ma artigiani del reparto.
Una semifinale di Coppa dei Campioni, e il nome vecchio qui è una provocazione voluta, non può finire 5-4 senza che qualcuno si chieda se non stiamo perdendo qualcosa. Negli anni ’70 e ’80 un pareggio in semifinale poteva anche essere una partitaccia, certo. Ma anche in piena epoca di calcio totale, con campioni ovunque, le squadre mantenevano comunque una struttura difensiva credibile.
E quando arrivava un risultato fuori scala, come il 5-0 del Milan al Real Madrid nel 1989, era un’eccezione storica. Un unicum. Non la normalità. Non un format ripetibile.
Oggi invece sembra quasi che ci si aspetti che ogni grande partita debba trasformarsi in un’esibizione offensiva permanente.
La verità è che negli ultimi anni la qualità generale si è abbassata, soprattutto dietro. I difensori moderni sono chiamati a fronteggiare attaccanti che non solo sanno giocare a calcio, ma sono anche centometristi. È naturale vederli andare in difficoltà.
Ma è altrettanto naturale chiedersi se questo sia ancora calcio d’élite o solo intrattenimento ad alto volume.
Dopo una notte così resta tutto e non resta niente. Restano i gol, le giocate, il ritmo folle. Ma resta anche la sensazione che il calcio, quello vero, quello che tiene insieme estetica e struttura, stia diventando un’altra cosa.
Forse più spettacolare. Forse più vendibile.
Non necessariamente migliore.







































































































