Mister Razzoli, se a giugno qualcuno vi avesse detto che al primo anno avreste vinto una Coppa di Terza, raggiunto una finale regionale e conquistato i play-off… ci avreste creduto?
“Assolutamente no e credo ci saremmo fatti una bella risata. L’unico obiettivo che c’eravamo dati, in uno dei primi allenamenti della stagione, era quello di non trovarci a metà anno senza più la possibilità di giocarci qualcosa. La Terza Categoria è un campionato dove non ci sono retrocessioni e quindi c’è il rischio, se non resti attaccato almeno al treno play-off, di non avere più stimoli da un certo punto della stagione in avanti. Per la situazione da cui partivamo, noi volevamo solo evitare questo; non ci immaginavamo neanche lontanamente di fare quello che abbiamo fatto.”
Proprio il fatto di non avere pressioni iniziali vi ha aiutato a costruire qualcosa di così speciale?
“Sicuramente sì. Essendo una squadra nata da zero avevamo entusiasmo, voglia di stare insieme e tanta fame. Questo ci ha permesso di lavorare con serenità, creando un gruppo molto unito sia dentro che fuori dal campo.”
La vittoria della Coppa Provinciale è stato il momento in cui avete capito davvero la vostra forza?
“La vittoria della coppa, arrivata tra l’altro con un punteggio abbastanza netto, credo abbia sancito la nostra forza come squadra, togliendoci l’etichetta di Cenerentola del campionato. Tuttavia, il vero momento di svolta dal mio punto di vista è arrivato prima, attorno a novembre, quando nel giro di poco tempo abbiamo battuto le due squadre vincitrici dei gironi di Terza, Monari Nasi e Cognentese.”
E da lì è nato anche qualcosa sugli spalti…
“Oltre all’aspetto sportivo, da quel momento in avanti è iniziato a nascere un movimento importante anche sugli spalti, con un gruppo di tifosi che ci ha trainato per tutto il resto della stagione. Io credo molto al valore sociale dello sport e di un progetto come il nostro, che ha permesso di unire ragazzi giovani del quartiere, tra giocatori, staff e tifosi, creando una vera e propria comunità.”
La vittoria contro la Cognentese, ancora imbattuta, è stata forse la fotografia perfetta della vostra stagione?
“Sì, perché quella partita ha fatto capire a tutti che potevamo giocarcela contro chiunque. In casa nostra si respirava qualcosa di speciale e il supporto dei tifosi è stato determinante.”
Qual è stato, invece, il momento più bello?
“Ce ne sono stati veramente tanti, ma se devo sceglierne uno mi viene in mente un aneddoto che mi ha coinvolto personalmente. Questa squadra è nata su una panchina del nostro quartiere una sera di giugno dell’anno scorso, dove mi ritrovai con alcuni giocatori per decidere se accettare il progetto. Undici mesi più tardi, la sera della vittoria della finale play-off, sono tornato a cercare quella panchina, ci ho appoggiato sopra la nostra maglia biancorossa e l’ho fotografata. È stato il modo perfetto per chiudere il cerchio e devo dire che mi ha toccato come momento.”
Quella foto rappresenta più un punto d’arrivo o un nuovo inizio?
“Credo entrambe le cose. È il simbolo di tutto quello che abbiamo costruito quest’anno, ma anche la dimostrazione che questo gruppo può ancora crescere.”
Dopo una stagione del genere, questa è la fine di un percorso o l’inizio di qualcosa di più grande?
“La società porterà avanti sicuramente il progetto Under 21, mentre per quanto riguarda gli interpreti è naturale che nel corso degli anni ci sia un ricambio in virtù dei vincoli anagrafici. Tuttavia, questo gruppo è ancora totalmente in età per fare un altro anno dove, se tutto va come ci si auspica, potrà affrontare un campionato di Seconda Categoria guadagnato meritatamente. La mia priorità è quella di continuare a lavorare con questo gruppo, e quella di questo gruppo è quella di continuare a giocare assieme. Nel caso la società sia disposta ad accogliere questo nostro desiderio saremo ben lieti di continuare a batterci con grande senso di appartenenza.”








































































































