Nella storia del calcio la vittoria del Mondiale ha sempre spostato in modo decisivo la scelta del vincitore del Pallone d’Oro. È un riflesso quasi automatico: chi trascina la propria nazionale al titolo finisce per essere premiato anche individualmente. Negli ultimi anni, però, il trofeo ha perso parte della sua purezza, diventando più pubblicitario che realmente legato al campo. E proprio per questo il Mondiale 2026, dominato dalla Spagna fino al successo per 1-0 sull’Argentina, riapre una discussione che per me ha un nome preciso: Pau Cubarsí.
La Spagna ha vinto tutto, ha concesso un solo gol in tutto il torneo e ha mostrato una superiorità tecnica e mentale che il risultato della finale non racconta fino in fondo. È vero: il gol decisivo lo ha segnato Ferran Torres, protagonista di una stagione gigantesca al Barcellona. È vero: Lamine Yamal, pur non essendo al massimo della condizione durante il Mondiale, resta un fattore assoluto e anche lui arriva da un’annata clamorosa. Ma se la Spagna è arrivata fino in fondo, se ha resistito nei momenti più delicati, se ha mantenuto una solidità difensiva irreale per un torneo di questo livello, il merito è anche – e forse soprattutto – di Pau Cubarsí.
Classe 2007, già cardine del Barcellona, Cubarsí ha giocato un Mondiale da veterano. E ha letteralmente salvato la Spagna con una giocata che definire “decisiva” è riduttivo: il salvataggio su Mac Allister verso la fine del secondo supplementare è stato una delle azioni simbolo del torneo. Una lettura perfetta, un tempo d’intervento che appartiene ai difensori di trent’anni, non a un ragazzo che ha appena iniziato a scoprire cosa significa essere un professionista. Una giocata che vale un Mondiale, e che racconta meglio di qualsiasi statistica chi sia Cubarsí.
Non a caso, il premio come Miglior Giovane del Mondiale 2026 è finito nelle sue mani. Un riconoscimento che non è di contorno, ma che certifica in modo ufficiale ciò che il campo ha mostrato: Cubarsí non è stato semplicemente un giovane sorprendente, è stato uno dei migliori difensori dell’intero torneo. E quando un classe 2007 domina così, il Pallone d’Oro non può far finta di niente.
In coppia con Laporte ha formato una difesa granitica, impeccabile, quasi impossibile da scalfire. Una coppia che ha dato alla Spagna la sicurezza necessaria per dominare le partite, per controllare i ritmi, per imporre la propria identità. E dentro questa coppia, Cubarsí non è stato un comprimario: è stato un leader silenzioso, un riferimento tecnico, un difensore che sembra più anziano della sua carta d’identità.
Il Pallone d’Oro, quasi sicuramente, finirà nelle mani di uno dei suoi compagni. È la logica del premio, è la forza delle narrazioni offensive, è il peso dei prossimi mesi che saranno decisivi per l’assegnazione. Ma la candidatura di Cubarsí non è un vezzo, non è una provocazione, non è un esercizio di stile. È una posizione che nasce dal campo, dal Mondiale che ha giocato, dal ruolo che ha avuto nella squadra più dominante del torneo.
Il nome di Pau Cubarsí continuerà a essere uno dei top assoluti del calcio mondiale. E se il Pallone d’Oro vuole davvero rappresentare l’eccellenza, non può ignorare un difensore che a 19 anni ha già cambiato la percezione del ruolo.







































































































